Ecco i 3 segnali verbali che tradiscono chi mente per avanzare nella carriera, secondo la psicologia

Sai quella sensazione strana quando qualcuno nel tuo ufficio racconta un successo e qualcosa non torna? Quel collega che si prende sempre i meriti dei progetti di gruppo, o quella manager che sembra avere una versione diversa della realtà per ogni riunione? Non stai impazzendo. Stai probabilmente assistendo a quello che gli psicologi chiamano menzogna strategica sul lavoro, e credimi, è molto più diffuso di quanto pensi.

La parte interessante? Non ha nulla a che fare con l’essere furbi. Anzi, è esattamente il contrario. Benvenuto nel mondo parallelo dove il successo apparente nasconde fragilità così profonde che farebbero sembrare un iceberg la punta di uno stuzzicadenti.

Il segreto sporco che nessuno vuole ammettere

Parliamo chiaro: non stiamo parlando delle classiche bugie innocue tipo “sì, ho letto tutte le tue email” o “no, quella presentazione non mi ha fatto addormentare”. Stiamo parlando di qualcosa di architettonicamente più complesso. Una vera costruzione narrativa dove alcuni professionisti edificano carriere intere su fondamenta fatte di sabbia e belle parole.

E qui arriva la parte che ti farà guardare il tuo ufficio con occhi diversi: secondo le ricerche condotte da Brian C. Gunia ed Emma E. Levine nel 2019, in certi contesti lavorativi l’inganno viene premiato. Specialmente in ruoli commerciali o competitivi, chi sa mentire bene viene percepito come più efficace nelle negoziazioni. Sì, hai letto bene. Il bugiardo diventa il vincitore.

Ma aspetta prima di pensare che sia una strategia brillante. Perché il prezzo nascosto di questa medaglia è fatto di ansia cronica, isolamento profondo e uno stress mentale che farebbe sembrare una passeggiata il risolvere un cubo di Rubik bendati.

Il carico mentale di essere un impostore seriale

Prova a pensarci un attimo: devi ricordare quale versione della storia hai raccontato a quale persona. Ogni. Singolo. Giorno. Per anni. Gli studi sulla psicologia della menzogna condotti da Vrij e colleghi nel 2017 hanno dimostrato che chi mente strategicamente deve affrontare un carico cognitivo devastante. Devi sopprimere costantemente la verità mentre generi alternative false, come giocare a scacchi contro te stesso ventiquattro ore su ventiquattro.

Non è furbizia. È tortura autoinflitta con la cravatta.

Cosa si nasconde dietro la maschera

Ecco la verità scomoda che farebbe tremare i polsi a chiunque: dietro ogni professionista che altera dati, si appropria di meriti altrui o costruisce narrazioni false sulle proprie competenze, c’è quasi sempre una persona terrorizzata dal fallimento. Non stiamo parlando di sociopatici da thriller psicologico. Stiamo parlando di persone cresciute in ambienti dove la versione autentica di sé non è mai stata abbastanza.

La ricerca sulla pseudologia fantastica, quello che comunemente chiamiamo mitomania, pubblicata da Dike e colleghi nel 2005, rivela un pattern che si ripete con precisione chirurgica: chi sviluppa queste strategie comunicative lo fa come meccanismo di protezione da insicurezze radicate, spesso legate a traumi infantili o bassa autostima. Quella persona che oggi gonfia spudoratamente il proprio CV probabilmente è stata quel bambino a cui veniva costantemente detto che i risultati contavano più dell’autenticità.

Come riconoscere chi sta recitando una parte

Arriviamo alla domanda che ti brucia: come faccio a capire se qualcuno nel mio team sta giocando a questo gioco pericoloso? Gli psicologi hanno identificato alcuni segnali comportamentali che vale la pena conoscere, non per trasformarti in uno Sherlock Holmes dell’ufficio, ma per proteggere l’ambiente lavorativo e capire dinamiche altrimenti incomprensibili.

I tre segnali verbali che tradiscono il bugiardo strategico

La ricerca di Levine e colleghi del 2018 ha documentato tre strategie principali utilizzate da chi costruisce narrazioni false: l’incertezza studiata, la reticenza selettiva e la dissociazione emotiva dal racconto. Suonano come termini da manuale di psichiatria, ma in realtà sono pattern che riconosci istintivamente quando li vedi.

L’incertezza studiata è quella sensazione strana che provi quando qualcuno ti racconta qualcosa che dovrebbe conoscere perfettamente, ma usa frasi vaghe come “se non ricordo male” o “credo fosse più o meno così”. Come documentato da Scott e Krauss nel 2006, quando qualcuno descrive il proprio contributo a un progetto che dovrebbe conoscere nei minimi dettagli ma usa un linguaggio inspiegabilmente generico, il tuo istinto ti sta dicendo qualcosa di importante.

La reticenza selettiva è ancora più affascinante. Chi mente strategicamente tende a essere estremamente dettagliato su aspetti secondari della storia, mentre sorvola velocemente sulle parti centrali. È come guardare un film dove la fotografia si sofferma sullo sfondo ma sfoca il protagonista. Secondo lo studio di Zuckerman e colleghi del 1986, questo succede perché mentire costa energia cognitiva: si investe sui dettagli verificabili facilmente, mentre si mantiene vago ciò che potrebbe essere scoperto.

La dissociazione emotiva è forse il segnale più sottile ma potente. Ricordi l’ultima volta che hai raccontato un tuo vero successo lavorativo? Gli occhi ti brillavano, le mani accompagnavano il racconto, l’emozione traspariva da ogni poro. Chi racconta successi non propri mantiene spesso un distacco emotivo incongruo, con minor coinvolgimento non verbale, come documentato da Ekman nel 2001. È come ascoltare qualcuno che legge un copione invece di rivivere un’esperienza.

Non tutti i bugiardi sono uguali: le tre facce della menzogna

Prima di trasformarti in un giustiziere che vede complotti ovunque, devi sapere una cosa importante: non tutti i bugiardi sul lavoro sono mossi dalle stesse motivazioni. Bazerman e Tenbrunsel nel 2011 hanno documentato come la psicologia distingua tre tipologie principali di disonestà lavorativa, ciascuna con dinamiche completamente diverse.

Ci sono le menzogne difensive, quelle nate dal terrore puro di essere scoperti inadeguati. Sono le bugie di chi gonfia leggermente le proprie competenze perché ha paura che la versione autentica non basti per superare la selezione. Queste persone non vogliono rubare nulla a nessuno: vogliono solo una possibilità di dimostrare il proprio valore prima di essere scartate.

Poi ci sono le bugie bianche organizzative, quelle che diciamo per proteggere gli altri o mantenere l’armonia del team. “Il progetto procede nei tempi previsti” quando sappiamo che c’è un ritardo, ma non vogliamo allarmare il cliente prima di aver tentato una soluzione. Vivono in una zona grigia etica e sono spesso socialmente accettate, anche se eticamente discutibili.

Infine ci sono le menzogne aggressive, quelle strategiche e manipolative mirate a ottenere vantaggi concreti a spese altrui. Appropriarsi del lavoro di un collega, alterare dati nei report, costruire narrazioni completamente false sulle proprie competenze. Questo è il territorio della vera infedeltà professionale, quella che corrode i team dall’interno come ruggine invisibile.

Perché alcuni uffici sono fabbriche di bugiardi

Ecco un’altra verità controintuitiva che cambierà il modo in cui vedi il mondo del lavoro: alcuni ambienti organizzativi non solo tollerano la menzogna strategica, ma la coltivano attivamente come si coltivano i pomodori in serra. La ricerca di Gunia e Levine del 2019 ha documentato come, specialmente in ruoli commerciali altamente competitivi, l’inganno venga interpretato come segno di abilità e determinazione.

Pensa al settore delle vendite, del recruiting o del real estate: in questi ambiti, la capacità di vendere una versione ottimizzata della realtà può essere vista come competenza professionale invece che mancanza di etica. Questo crea un circolo vizioso pericolosissimo: chi ha già una predisposizione alla costruzione narrativa trova in questi ambienti una validazione continua, rafforzando pattern comportamentali che nascondono fragilità profonde.

La cultura aziendale che crea mostri

Ma non è solo questione di singoli settori. Molte culture aziendali, spesso inconsapevolmente, creano terreni fertilissimi per la disonestà strategica. Quando il fallimento viene punito sproporzionatamente, quando la vulnerabilità viene scambiata per debolezza, quando ammettere di non sapere qualcosa è più pericoloso che inventare una risposta, cosa ti aspetti che facciano le persone?

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Gli esseri umani sono macchine di adattamento evolutivo. Se l’ambiente comunica “qui sopravvive solo chi appare perfetto”, le persone insicure non lavoreranno sulla propria autenticità: perfezioneranno la propria maschera. E più quella maschera viene premiata con promozioni e riconoscimenti, più diventa impossibile toglierla senza sentire che si sta perdendo la propria identità.

Il prezzo nascosto del successo costruito su bugie

Arriviamo al cuore emotivo della questione, quello che rende questa dinamica tragicamente umana. Chi costruisce il proprio successo sulla disonestà raramente sta vincendo, anche quando dall’esterno sembra che stia dominando il gioco. La ricerca di Levine e Schweitzer del 2015 sulla psicologia della menzogna cronica documenta conseguenze devastanti a livello relazionale ed emotivo.

Primo: l’isolamento profondo. Quando nessuno conosce veramente chi sei, quando ogni relazione professionale è costruita su una versione falsificata di te, l’intimità autentica diventa impossibile. Puoi avere cinquecento contatti su LinkedIn e sentirti completamente solo. Puoi essere circondato da colleghi e non avere un solo confidente.

Secondo: l’ansia cronica. Il terrore costante di essere scoperti non si spegne mai completamente. Ogni email inattesa, ogni riunione improvvisa, ogni sguardo interrogativo di un collega diventa un potenziale momento di crollo del castello di carte. Vivere così è mentalmente ed emotivamente estenuante come correre una maratona ogni giorno senza mai tagliare il traguardo.

Terzo: la perdita del senso di sé. Quando reciti una parte abbastanza a lungo, quando la maschera diventa la tua faccia pubblica per anni, a un certo punto non sai più chi sei veramente. Gli studi sulla pseudologia fantastica condotti da Sno e colleghi nel 1992 mostrano come alcuni individui arrivino a credere alle proprie bugie, creando una dissociazione pericolosa tra identità autentica e personaggio costruito.

Strategie di sopravvivenza quando lavori con un bugiardo strategico

Mettiamo che tu abbia riconosciuto alcuni di questi pattern in un collega o, scenario da incubo, nel tuo capo. Cosa fai? La risposta non è semplice e dipende dal contesto specifico, ma ci sono alcuni principi psicologici che possono guidarti senza farti diventare paranoico.

  • Proteggi te stesso prima di tutto. Documenta il tuo lavoro, tieni traccia dei tuoi contributi, assicurati che i tuoi successi siano visibili anche ad altri oltre alla persona che sospetti sia disonesta. Non è cinismo: è igiene professionale in un ambiente potenzialmente tossico, come lavarsi le mani in un ospedale.
  • Cerca di capire la motivazione. Non per giustificare il comportamento, ma per rispondere in modo appropriato. Un collega che mente per paura dell’inadeguatezza richiede un approccio diverso da uno che manipola strategicamente per avanzare. Nel primo caso, creare un ambiente più sicuro potrebbe ridurre il comportamento. Nel secondo, potrebbero servire limiti più netti e interventi strutturali.
  • Non giocare al detective solitario. Se la disonestà di qualcuno sta danneggiando il team o l’organizzazione, parlane con persone di fiducia in posizioni che possano agire concretamente. Cercare di smascherare qualcuno pubblicamente raramente porta a risultati positivi e spesso si ritorce contro come un boomerang.

La domanda scomoda: e se fossi tu il bugiardo?

Mentre leggevi questo articolo, ti sei riconosciuto in qualche comportamento descritto? Non in modo totale, magari, ma in alcune sfumature, in certi momenti di pressione dove hai aggiustato la realtà più di quanto fosse strettamente necessario?

Prima di tutto: respira. Il fatto che tu lo stia notando è già un segno di consapevolezza che molti non raggiungono mai. La differenza tra chi può cambiare e chi resterà intrappolato nel pattern è esattamente questa capacità di autoriflessione e autocritica.

Secondo: cerca di capire cosa stai proteggendo. Quando gonfi un risultato, quando ti prendi un merito non completamente tuo, quando costruisci una narrazione leggermente falsa delle tue competenze, cosa temi accadrebbe se dicessi la verità? Quella paura è la chiave. Non il comportamento in sé, ma l’emozione che lo alimenta come benzina in un motore.

La ricerca di Gunia e colleghi del 2019 è chiara su questo punto: il primo passo per uscire dal circolo della menzogna strategica è riconoscere la sofferenza autentica che la genera. Nessuno sceglie di vivere con l’ansia costante di essere scoperto per puro divertimento. Se ti riconosci in questi pattern, è probabile che tu abbia imparato molto tempo fa che la versione vera di te non era abbastanza. E quella credenza, per quanto dolorosa, può essere messa in discussione e cambiata con il lavoro giusto.

Come costruire ambienti dove l’autenticità vince

Se sei in una posizione di leadership o semplicemente vuoi contribuire a un ambiente lavorativo più sano, ci sono azioni concrete che possono ridurre la prevalenza della disonestà strategica nel tuo team. Non sono teorie astratte: sono interventi pratici supportati dalla ricerca.

Normalizza il dire “non lo so”. Quando ammettere ignoranza o incertezza diventa accettabile invece che un segno di debolezza, una delle principali motivazioni per mentire scompare come neve al sole. Se il tuo team vede che dire “questa cosa non la conosco, ma posso imparare” non porta conseguenze negative, perché dovrebbe inventarsi competenze inesistenti?

Celebra i fallimenti produttivi. Non tutti i fallimenti, ovviamente, ma quelli che insegnano qualcosa, che nascono da tentativi coraggiosi, che fanno crescere il team collettivamente. Quando l’errore smette di essere terrificante, mentire per coprirlo diventa meno necessario e urgente.

Fai attenzione a chi premi e perché. Se nel tuo team le persone più apprezzate sono quelle che appaiono sempre perfette, sempre sicure, sempre infallibili, stai mandando un messaggio chiaro: qui vince chi sa recitare meglio. Se invece le persone più rispettate sono quelle autentiche, vulnerabili quando serve, oneste sui propri limiti, stai creando una cultura completamente diversa.

La verità nascosta dietro ogni maschera

Torniamo al punto di partenza, ma con una comprensione più profonda di questa dinamica così diffusa. L’infedeltà professionale, quella costruzione sistematica di narrazioni false per avanzare nella carriera, è molto meno glamour di quanto sembri guardando dall’esterno. Non è il gioco brillante di manipolatori nati con sangue freddo. È spesso la strategia disperata di persone profondamente insicure che hanno imparato che essere visti conta più di essere autentici.

Il successo costruito sulla disonestà può reggere per un po’, a volte anche per anni. Ma la ricerca è unanime su questo punto: raramente è sostenibile nel lungo termine. Prima o poi, le incongruenze emergono come crepe in un muro. Le narrazioni crollano. E quando succede, il danno non è solo professionale: è identitario, esistenziale.

Perché la cosa più triste della menzogna strategica cronica non sono i colleghi ingannati o le organizzazioni danneggiate. È la persona dietro la maschera che ha dimenticato il proprio volto vero. Quella che ha costruito un castello di carte così elaborato che non osa più muoversi per paura di farlo crollare. Quella che ha sostituito la domanda “Chi sono?” con “Chi devo sembrare?”.

E quella persona, che tu la riconosca in un collega o che ti suoni dolorosamente familiare guardandoti allo specchio, merita compassione più che giudizio. Perché dietro ogni bugia strategica c’è quasi sempre un bisogno autentico non soddisfatto. Dietro ogni appropriazione di meriti c’è qualcuno che non crede che i propri bastino. Dietro ogni narrazione falsa c’è una storia vera mai abbastanza ascoltata da chi avrebbe dovuto farlo.

La prossima volta che incontri quella collega che si prende i meriti degli altri o quel manager che sembra sempre troppo perfetto per essere vero, ricordati di quello che hai letto qui. Forse non stai vedendo un vincitore cinico che ride alle tue spalle. Forse stai guardando qualcuno che sta annegando ma ha imparato a sorridere sott’acqua, convinto che mostrare fatica significhi fallire. E quella è una tragedia, non una vittoria.

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